Finanziamo il lavoro e lo sviluppo.

Ci vorrebbe la creazione dell’istituto bancario pubblico, funzionale all’economia nazionale per promuovere gli investimenti pubblici e aiutare le piccole e medie imprese, tramite la concessione del credito a condizioni agevolate.

Non si tratta di una violazione dei Trattati Europei, ma al contrario di una loro stretta osservanza, prescritta dalla versione consolidata del Trattato sul Funzionamento dell’Unione Europea, ovverossia il Trattato di Lisbona entrato in vigore nel 2009 per gli stati membri. Il TFUE all’art 123, comma 1, proibisce esplicitamente alle banche centrali di finanziare il deficit statale, tramite la concessione di scoperti di conto oppure l’acquisto dei titoli del debito da parte delle banche centrali nazionali: “Sono vietati la concessione di scoperti di conto o qualsiasi altra forma di facilitazione creditizia, da parte della Banca Centrale Europea o da parte delle banche centrali degli Stati membri (in appresso denominate «banche centrali nazionali»), a istituzioni, organi od organismi dell’Unione, alle amministrazioni statali,agli enti regionali, locali o altri enti pubblici, ad altri organismi di diritto pubblico o a imprese pubbliche degli Stati membri, così come l’acquisto diretto presso di essi di titoli di debito da parte della Banca centrale europea o delle banche centrali nazionali.”

Un divieto che non è previsto per gli istituti di credito pubblico, come previsto dall’art.123 al secondo comma, che recita: “Le disposizioni del paragrafo 1 non si applicano agli enti creditizi di proprietà pubblica che, nel contesto dell’offerta di liquidità da parte delle banche centrali, devono ricevere dalle banche centrali nazionali e dalla Banca centrale europea lo stesso trattamento degli enti creditizi privati”.

Gli stessi istituti bancari privati riprestano quel denaro ad un tasso di interesse più alto alle imprese e allo Stato, costretti ad indebitarsi ad un tasso di interesse più oneroso. Se l’Italia si dotasse di una banca pubblica, potrebbe chiedere direttamente il denaro in prestito alla BCE allo 0,05%, con un ingente risparmio per il bilancio dello Stato e finanziare il suo stesso debito pubblico, utilizzando l’istituto di credito pubblico per ricomprare i bond emessi dallo Stato italiano ad un tasso di interesse piuttosto basso. Si consideri che la spesa per interessi dell’Italia dal 2010 al 2013, è stata pari a circa 300 miliardi di euro; uno spreco enorme che poteva essere evitato, se si fosse proceduto alla creazione di un istituto bancario pubblico, previsto dai trattati.

Non dimentichiamo che la spesa per interessi è aumentata a dismisura dall’anno del divorzio tra il Ministero del Tesoro e Bankitalia nel 1981, quando quest’ultima non venne più “obbligata” all’acquisto dei titoli emessi del Tesoro, e insufflò la bolla degli interessi che tutt’ora grava sulle casse dello Stato. La banca pubblica potrebbe erogare credito agevolato a tassi di interesse contenuti alle piccole e medie imprese, le quali hanno in questo momento un disperato bisogno di credito bancario per ripartire, e al contempo verrebbero premiati i finanziamenti di progetti basati sullo sviluppo sostenibile, che mirino alla valorizzazione del territorio e dei beni culturali. Progetti che spesso non vengono tenuti in debito conto dagli istituti bancari privati, i quali dopo la nascita della banca universale degli anni’90 che ha racchiuso in sé le funzioni delle banche commerciali e d’investimento, hanno assunto scopi più prettamente finanziari e strizzato l’occhio al profitto facile. Basti pensare che i bilanci degli istituti bancari sono seduti sulla bomba ad orologeria dei derivati finanziari.

Uno degli stati membri che meglio si è servito del principio presente nei trattati europei è la Germania che quando si tratta di sfruttare i vantaggi derivanti dalle norme europee non rimane certo passiva. La KfW Bankengruppe è l’istituto bancario pubblico tedesco, partecipato all’80% dalla Repubblica Federale Tedesca e al 20% dai Land. Il Governo tedesco, grazie alla KfW, contabilizza tutta una serie di operazioni che altrimenti andrebbero nel bilancio federale, e in questo modo “occulta” una parte consistente del suo debito pubblico. Tramite la KfW, il governo tedesco finanzia le imprese a bassi tassi di interesse, promuove progetti di sviluppo ambientale e la costruzione di infrastrutture, permettendo all’ istituto bancario tedesco di finanziare gli istituti pubblici.

Grazie all’art.123 del TFUE, la KfW, mette in atto quel meccanismo che abbiamo descritto sopra, chiedendo il denaro in prestito alla BCE al tasso di sconto dello 0,05%,  e offrendo in cambio l’emissione di titoli del debito per garantire quel prestito. Una volta ricevuto il denaro, la banca pubblica provvede ad erogarlo alle banche private tedesche,  che sono obbligatoriamente costrette a prestarlo ai privati a tassi agevolati. In questo modo, un’enorme massa di liquidità monetaria riesce ad essere trasmessa al settore privato, senza andare a violare la lettera dei trattati. A questo punto la domanda legittima che ci poniamo è: perché l’Italia non segue l’esempio della Germania e procede alla creazione di una banca pubblica? Il compito del governo non è poi così complicato, poiché sarebbe sufficiente partire dall’utilizzo e dalla trasformazione della Cassa e Depositi Prestiti italiana, per farle eseguire le stesse funzioni della KfW tedesca.